Indici sintesi di affidabilità: chiarimenti sulle cause di esclusione


L’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti sulla causa di esclusione dagli ISA prevista per i periodi d’imposta nei quali il contribuente abbia iniziato o cessato l’attività ovvero non si trovi in condizioni di normale svolgimento della stessa (Agenzia Entrate – risposta n. 479/2019).

La causa di esclusione in commento prevede che gli indici non si applicano ai periodi d’imposta nei quali il contribuente ha iniziato o cessato l’attività ovvero non si trova in condizioni di normale svolgimento della stessa.
In relazione a tale seconda fattispecie, si considera non normale svolgimento dell’attività il periodo in cui l’impresa non ha ancora iniziato l’attività produttiva prevista dall’oggetto sociale (ad es. perché la costruzione dell’impianto da utilizzare per lo svolgimento dell’attività si è protratta oltre il primo periodo d’imposta, per cause indipendenti dalla volontà dell’imprenditore; non sono state rilasciate le autorizzazioni amministrative necessarie per lo svolgimento dell’attività).
Nei modelli ISA 2019 in cui viene richiesta la compilazione del campo “Anno d’inizio attività” le relative istruzioni chiariscono che: “Il dato riguardante l’anno di inizio attività deve essere fornito facendo riferimento alla relativa dichiarazione di inizio dell’attività comunicata all’Amministrazione Finanziaria”.
Tanto premesso, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che la causa di esclusione in questione relativa all’inizio attività può essere dichiarata per il periodo di imposta per il quale la dichiarazione di inizio dell’attività è stata comunicata all’Amministrazione finanziaria.
Ricorrendone le condizioni, per i periodi d’imposta successivi, può essere dichiarata la causa di esclusione relativa al non normale svolgimento dell’attività.


“Non emesse” le fatture elettroniche scartate


Si considerano non emesse la fattura elettronica o le fatture del lotto di cui al file scartato dal SdI (AGENZIA DELLE ENTRATE – Principio di diritto 11 novembre 2019, n. 23).

La mancata emissione della fattura nei termini legislativamente previsti – cui va equiparata la tardività di tale adempimento comporta, in primis, l’applicazione delle sanzioni di cui all’articolo 6 del d.lgs. n. 471 del 1997 ossia, per ciascuna violazione:
– fra il novanta e il centoottanta per cento dell’imposta relativa all’imponibile non correttamente documentato con un minimo di 500 euro (cfr. il comma 1, primo periodo, nonché il successivo comma 4);
– da euro 250 a euro 2.000 quando la violazione non ha inciso sulla corretta liquidazione del tributo.
Troveranno altresì applicazione, non cumulativa, ma alternativa tra loro, gli istituti individuati nell’articolo 12 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472 (concorso di violazioni e continuazione) e nell’articolo 13 del medesimo d.lgs. (c.d. “ravvedimento operoso”).
Il legislatore, inoltre, con specifico riferimento al primo periodo di applicazione dell’obbligo di fatturazione elettronica tramite SdI (primo semestre del 2019) ha statuito che le sanzioni sopra individuate:
– non trovano applicazione qualora la fattura elettronica sia regolarmente emessa entro il termine di effettuazione della liquidazione periodica dell’IVA relativa all’operazione documentata;
– sono ridotte dell’80 per cento, se la fattura elettronica è emessa entro il termine di effettuazione della liquidazione IVA del periodo successivo, riduzione che si applica sino al 30 settembre 2019 per i soli contribuenti che effettuano la liquidazione periodica dell’imposta con cadenza mensile.

Impresa in regime forfetario: l’avviamento è imponibile

Con la Risposta a interpello n. 478 del 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che in caso di cessione d’azienda di un’impresa in regime forfetario, la parte di corrispettivo imputabile ad avviamento deve essere assoggettata ad imposta, applicando la tassazione separata se ricorrono le condizioni ovvero l’imposizione sostitutiva del regime forfetario.

Il regime “forfetario” rappresenta il regime fiscale naturale delle persone fisiche che esercitano un’attività di impresa, arte o professione in forma individuale, purché sussistano i requisiti e non si verifichino le cause ostative previste dalla normativa speciale di riferimento.
In merito alla determinazione del reddito imponibile per i soggetti in regime forfetario, è stato chiarito che in un’ottica di maggiore semplificazione devono ritenersi prive di rilevanza fiscale le plusvalenze e le minusvalenze realizzate in corso di regime, anche se riferite a beni acquistati negli anni che hanno preceduto l’adozione del regime agevolato.
Ciò in quanto, in base al regime forfetario i costi dell’attività d’impresa, ivi compresi quelli relativi agli specifici beni relativi all’impresa stessa, sono deducibili forfetariamente.
In altri termini, considerato che il costo per l’acquisto di beni d’impresa non è deducibile, il legislatore non ha disciplinato la fase di realizzo dei beni stessi, riconoscendo implicitamente la non rilevanza fiscale di eventuali plusvalenze o minusvalenze realizzate dalla loro cessione.
In caso di cessione d’azienda, tuttavia, l’eventuale plusvalenza realizzata risulta imputabile sia ai beni ceduti, sia all’avviamento.
Con riferimento al corrispettivo imputabile all’avviamento, non si è in presenza di un plusvalore relativo a un bene relativo all’impresa il cui costo non è stato oggetto di deduzione ai fini fiscali, ma di un valore rappresentativo della capacità reddituale prospettica, in quanto tale riconducibile nell’ambito dei ricavi e pertanto fiscalmente rilevante.
Di conseguenza il valore dell’avviamento deve essere assoggettato a tassazione.
In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che è possibile:
– assoggettare l’avviamento a tassazione separata, se sussistono i presupposti (avviamento realizzato mediante cessione a titolo oneroso di aziende possedute da più di cinque anni);
– far concorrere il valore dell’avviamento alla determinazione dell’ammontare dei ricavi o dei compensi percepiti nel periodo imposta, cui applicare il coefficiente di redditività per determinare il reddito imponibile.

ENASARCO: il termine di versamento dei contributi sospesi per sisma è prorogato


È prorogato al 15/01/2020 il termine per il pagamento dei contributi sospesi per le imprese preponenti colpite dagli eventi sismici del 24 agosto 2016, 26 e 30 ottobre 2016 e 18 gennaio 2017 (Enasarco – Comunicato 07 novembre 2019)

Entro questa scadenza i contributi potranno essere saldati in un’unica soluzione, senza applicazione di sanzioni e interessi, oppure mediante rateizzazione fino a un massimo di 120 rate mensili di pari importo (ciascuna rata non potrà comunque essere inferiore a € 50,00).
Per la rateizzazione dei contributi sospesi è comunque necessario inviare la domanda entro il 31/12/2019. La richiesta va presentata tramite PEC, all’indirizzo impresepreponenti.contribuzioni@pec.enasarco.it, specificando nell’oggetto “Sisma – richiesta rateizzazione contributi sospesi”, compilando il modello 2157/2017.
In ogni caso non si procede alla restituzione dei contributi già versati, così come previsto dalla legge.
Per le imprese che hanno sede nei comuni di cui agli allegati 1 e 2 del D.L. 189/2016 la sospensione ha riguardato esclusivamente i contributi previdenziali e assistenziali relativi al 3° e 4° trimestre 2016 e al 1° e 2° trimestre 2017.
Per quelle che hanno sede nei comuni di cui all’allegato 2 bis la sospensione ha riguardato esclusivamente i contributi previdenziali e assistenziali relativi al 4° trimestre 2016 e al 1° e 2° trimestre 2017.


Bonus ricerca e sviluppo: investimento in dottorato di ricerca

L’Agenzia delle Entrate ha affermato che deve ritenersi agevolabile l’assegno di ricerca con il quale l’azienda, nell’ambito di un progetto convenzionato con l’Università, finanzi una borsa di studio vincolata alla realizzazione di un specifico dottorato in attività di ricerca d’interesse dell’azienda. A tal fine, la convenzione deve individuare l’azienda come beneficiaria dei risultati della ricerca (Risposta a interpello n. 477 del 2019)

In tema di incentivi agli investimenti in attività di ricerca e sviluppo, è riconosciuto un credito d’imposta in favore di tutte le imprese che a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2020 effettuano i predetti investimenti (cd. “Bonus R&S”).
Il bonus è pari al 25 per cento delle spese in attività di ricerca e sviluppo sostenute in eccedenza rispetto alla media dei medesimi investimenti realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31dicembre 2015.
Il medesimo bonus è invece riconosciuto nella misura del 50 per cento sulla parte dell’eccedenza riferita a spese relative a:
– personale dipendente titolare di un rapporto di lavoro subordinato, anche a tempo determinato, direttamente impiegato nelle attività di ricerca e sviluppo;
– contratti stipulati con università, enti di ricerca e organismi equiparati per il diretto svolgimento delle attività di ricerca e sviluppo ammissibili al credito d’imposta.
L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che deve ritenersi ammissibile tra le spese agevolabili, l’assegno di ricerca erogato dall’azienda, nell’ambito di una convenzione con l’Università, per finanziare una borsa di studio vincolata ad uno specifico progetto di ricerca realizzato attraverso un apposito dottorato attivato dalla medesima Università.
In proposito l’Agenzia delle Entrate ha precisato che ai fini dell’agevolabilità dell’assegno di ricerca, la convenzione stipulata con l’Università deve prevedere che l’effettivo beneficiario degli eventuali risultati dell’attività di ricerca sia l’impresa committente.
Fermo restando il rispetto di tutte le condizioni previste dalla normativa, detti costi dovranno considerarsi agevolabili anche nel caso in cui l’attività di ricerca svolta dal dottorando e regolata dalla Convenzione non dovesse portare alcun risultato.

Agevolazioni per i lavoratori impatriati, esclusi gli agenti UE


Gli agenti italiani UE soggetti al Protocollo sui privilegi e sulle immunità dell’UE non possono accedere al regime speciale per i lavoratori rimpatriati, in quanto trasferendo la propria residenza nel paese UE dove prestano servizio, restano comunque fiscalmente residenti in Italia. Per accedere al regime speciale, è necessario che il soggetto non sia stato residente in Italia nei due periodi di imposta precedenti il rientro, condizione che per gli agenti UE non risulta soddisfatta (Agenzia Entrate – risposta 08 novembre 2019, n. 475).

Il regime dei lavoratori impatriati è stato introdotto con l’obiettivo di incentivare il trasferimento in Italia dei lavoratori con alte qualificazioni e specializzazioni e favorire lo sviluppo tecnologico, scientifico e culturale del paese, prevedendo una concorrenza alla formazione del reddito complessivo nella misura del 50% dei redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia. Tale agevolazione è applicabile per un quinquennio a decorrere dal periodo d’imposta in cui il lavoratore trasferisce la residenza fiscale in Italia, e per i quattro periodi di imposta successivi.
Per accedere al regime speciale è necessario che il soggetto non sia stato residente in Italia nei due periodi di imposta precedenti il rientro e a condizione che trasferisca la residenza fiscale in Italia e si impegni a permanervi per almeno due anni a pena di decadenza dall’agevolazione.
Per gli agenti UE, la condizione richiesta relativa alla “non residenza in Italia nei due periodi precedenti il rientro”, deve essere attentamente verificata in quanto anche qualora trasferiscono la residenza nel paese UE dove prestano servizio, restano comunque fiscalmente residenti in Italia, condizione che rappresenta un ostacolo all’accesso al regime di favore.

E-fattura Sdi: corrispettivi per servizi di pubblica utilità

L’addebito dei corrispettivi per la fornitura di acqua e dei servizi di depurazione e fognatura, cosi come per i servizi di pubblica utilità in genere, è attestato mediante bollette-fatture. L’equiparazione delle bollette alle fatture implica l’obbligo di fatturazione elettronica tramite Sdi, anche per i consumatori non titolari di partita iva. L’obbligo non fa venir meno le semplificazioni riguardanti la registrazione dei corrispettivi. (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 476 del 2019)

Per l’addebito dei corrispettivi relativi alle somministrazioni di acqua, gas, energia elettrica, vapore e teleriscaldamento urbano, nonché per le operazioni relative al servizio di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti solidi urbani e assimilati, di fognatura e depurazione (cd. “servizi di pubblica utilità”), è riconosciuta la possibilità di emettere bollette che tengono luogo delle fatture. A tal fine la bolletta deve contenere tutti gli elementi prescritti per la fattura dal Decreto Iva (cd. “bollette-fatture).
La disposizione tiene conto delle peculiarità di gestione di tali servizi, e in particolare della numerosità ed eterogeneità della clientela, consentendo di sostituire il numero progressivo ed il domicilio dell’utente rispettivamente con la numerazione toponomastica e l’ubicazione dell’utenza, oppure di emettere un’unica bolletta nei confronti dello stesso cliente per le somministrazioni effettuate in relazione a uno o più contratti distinti.
A ciò si aggiunge un’ulteriore semplificazione riguardo alla registrazione dei corrispettivi, per cui l’ammontare complessivo dei corrispettivi riscossi e delle bollette-fatture emesse in ciascun giorno sono annotate nel registro dei corrispettivi con cadenza trimestrale, entro il mese successivo a ciascun trimestre solare, con riferimento al giorno di effettuazione dell’operazione. In alternativa, le bollette-fatture emesse possono essere annotate singolarmente nel registro delle fatture emesse, sempre entro lo stesso termine (mese successivo al trimestre solare di riferimento in base al giorno di effettuazione dell’operazione).
La liquidazione periodica dell’Iva può essere effettuata entro il giorno 16 del secondo mese successivo a ciascun trimestre solare ed entro lo stesso termine deve essere eseguito il versamento della relativa imposta (senza interessi).


L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che le bollette emesse per l’addebito dei corrispettivi relativi alle diverse somministrazioni (di acqua, gas, energia elettrica, ecc.) dei servizi di pubblica utilità tengono luogo delle fatture e, dunque, sono da considerarsi tali sotto ogni profilo. L’equiparazione tra bollette e fatture implica che, con l’entrata in vigore degli obblighi di fatturazione elettronica, i soggetti (inclusi i Comuni) che prestano tali servizi sono tenuti all’emissione di fatture elettroniche tramite Sdi.
In particolare, l’Agenzia ha precisato che le fatture devono essere emesse in formato elettronico anche nei confronti degli utenti persone fisiche residenti in Italia che non operano nell’ambito di attività d’impresa, arte e professione, e anche in assenza del codice fiscale del destinatario.
L’obbligo di fatturazione elettronica, peraltro, non fa venir meno le semplificazioni previste in merito alla registrazione dei corrispettivi riscossi e delle bollette-fatture emesse, ed alla liquidazione periodica dell’iva.

Il rimborso erogato ai volontari della protezione civile va fatturato


Il rimborso per “il mancato guadagno giornaliero” corrisposto ai volontari “lavoratori autonomi” costituisce “lucro cessante” per il percipiente, in quanto “sostitutivo” del mancato guadagno giornaliero e deve essere regolarmente fatturato con la ritenuta a titolo di acconto dell’IRPEF dovuta. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 07 novembre 2019, n. 474).

Il codice della protezione civile prevede che ai volontari lavoratori autonomi appartenenti alle organizzazioni di volontariato riconosciute e legittimamente impiegati in attività di protezione civile, che ne fanno richiesta, sia corrisposto un rimborso per il mancato guadagno giornaliero calcolato sulla base della dichiarazione dei redditi (Modello “Redditi”) presentata l’anno precedente a quello in cui è stata prestata l’opera di volontariato, nel limite di euro 103,29, giornalieri lordi.
Ne consegue che il rimborso per “il mancato guadagno giornaliero” corrisposto ai volontari “lavoratori autonomi” costituisce, per espressa previsione normativa, “lucro cessante” per il percipiente, in quanto “sostitutivo” del mancato guadagno giornaliero, a nulla rilevando l’attività volontaria effettivamente svolta dal professionista, ossia se l’ingegnere presta un’attività di volontariato rientrante nell’ambito della propria professione o meno.
Tale rimborso, quindi, deve essere regolarmente fatturato da parte del lavoratore autonomo, trattandosi di compensi costituenti per il percipiente reddito di lavoro autonomo. In questo caso, la fattura dovrà evidenziare la ritenuta a titolo di acconto dell’IRPEF dovuta.
L’Ente erogatore, invece, con riferimento ai compensi corrisposti, provvederà:
– ad operare la ritenuta del venti per cento a titolo di acconto dell’IRPEF dovuta dal professionista;
– al rilascio della cd. Certificazione Unica;
– alla compilazione e trasmissione della dichiarazione dei sostituti di imposta (Modello 770).
Da ultimo, con riguardo alle spese sostenute dal professionista per lo svolgimento dell’attività, queste devono essere sempre fatturate, unitamente al compenso, in quanto rientrano nell’ambito del reddito di lavoro autonomo, mentre, tutte le spese relative all’esecuzione di un incarico conferito e sostenute direttamente dal committente non costituiscono compensi in natura per il professionista.
In pratica, i professionisti non devono “riaddebitare” in fattura tali spese al committente e non possono considerare il relativo ammontare quale costo deducibile dal proprio reddito di lavoro autonomo.

Disciplina fiscale della donazione di immobili siti in Italia a soggetto non residente


Forniti chiarimenti sugli aspetti fiscali della donazione di immobili presenti nel territorio italiano a favore di un cittadino italiano residente in Danimarca (Agenzia Entrate – risposta n. 464/2019).

Per il cittadino italiano residente in Danimarca, posto che la donazione ha ad oggetto beni immobili siti in Italia, trova applicazione la legislazione italiana in materia di successioni e donazioni e nessuna imposta deve essere pagata in Danimarca.
Tuttavia, se il valore complessivo dei beni non supera lo scaglione di 1.000.000 di euro, gli atti di donazione non sconteranno alcuna imposta di donazione, ma soltanto la eventuale imposta di registro fissa e le imposte ipotecarie e catastali pari al 2% e 1% del valore dell’immobile.
Per le donazioni di “prima casa” valgono le stesse agevolazioni concesse per le successioni e le vendite; pertanto, le imposte ipotecaria e catastale sono applicate nella misura fissa di € 200.


In materia di tassazione dei redditi prodotti dai beni immobili siti in Italia e acquisiti a seguito di donazione, il cittadino non residente è tenuto a corrispondere l’imposta sul reddito e a presentare la dichiarazione dei redditi come soggetto non residente, a meno che l’imposta non sia dovuta, se alla formazione del reddito complessivo concorrono soltanto redditi fondiari di importo complessivo non superiore a 500 euro e semprechè non ricorrano le ipotesi in cui l’Irpef sia sostituita dall’imposta municipale propria (IMU).

Obbligato a presentare la dichiarazione di successione anche l’esecutore testamentario


L’esecutore testamentario obbligato a presentare la dichiarazione di successione e possessore dei beni dell’eredità, sarà tenuto al pagamento della imposta di successione. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 07 novembre 2019, n. 471).

Con l’apertura della successione, al momento della morte, si opera la separazione dei diritti dal loro titolare, con la trasmissione degli stessi ad altri soggetti (eredi e/o legatari), escluso quei diritti che si estinguono perché strettamente legati alla persona.
In presenza di beni immobili nell’attivo dell’eredità sorge l’obbligo di presentazione della dichiarazione di successione e dell’autoliquidazione delle relative imposte ipotecaria e catastale.
Sono obbligati a presentare la dichiarazione di successione: i chiamati all’eredità e i legatari, gli esecutori testamentari.
Dalla dichiarazione di successione devono risultare, tra gli altri le generalità, la residenza e il codice fiscale dei chiamati all’eredità e dei legatari e le eventuali accettazioni o rinunzie e gli estremi di pagamento delle imposte ipotecaria e catastale, di bollo, delle tasse ipotecarie e dell’imposta sostitutiva di quella comunale sull’incremento di valore degli immobili.
Gli uffici nel redigere il certificato di successione del quale devono richiedere la trascrizione devono includere tutti i beni immobili inseriti nella dichiarazione di successione. La trascrizione del certificato di successione non costituisce trascrizione degli acquisti a causa di morte degli immobili e dei diritti reali immobiliari compresi nella successione.
Nel caso esaminato dall’Amministrazione finanziaria la signora Tizia è deceduta dopo aver disposto del suo patrimonio mediante testamento pubblico. Con tale testamento ha previsto che l’eventuale capitale residuo giacente presso le banche X e Y, più il ricavato della vendita dell’abitazione, del garage, del negozio e di un monolocale venga diviso in tre parti uguali tra Caio, Mevio e Sempronio. Nello stesso testamento ha nominato gli esecutori testamentari, i quali dovranno agire congiuntamente e ha disposto che la vendita, se non fatta da lei in vita, dovrà essere fatta dagli esecutori testamentari.
La trascrizione, pertanto, in questa ipotesi deve essere effettuata nei confronti dell’esecutore testamentario, quale possessore del bene immobile.
Per quanto riguarda il pagamento dell’imposta di successione, fino a quando l’eredità non sia stata accettata, o non sia stata accettata da tutti i chiamati, i chiamati all’eredità, o quelli che non hanno ancora accettato, e gli altri soggetti obbligati alla dichiarazione della successione, esclusi i legatari, rispondono solidalmente dell’imposta nel limite del valore dei beni ereditari rispettivamente posseduti.
Posto che l’esecutore testamentario è tra i soggetti obbligati a presentare la dichiarazione di successione ed è possessore dei beni dell’eredità, sarà tenuto al pagamento della imposta di successione.
La fattispecie in esame configura, infatti, un legato obbligatorio di somma di denaro che produrrà i sui effetti in capo ai legatari solo successivamente all’alienazione degli immobili a carico dell’esecutore testamentario.
Infatti, quando all’esito del compimento della vendita il diritto di credito dei legatari avrà acquisito il carattere della esigibilità e della liquidità, l’esecutore testamentario o i legatari dovranno presentare una dichiarazione integrativa, indicando il ricavato della vendita e la relativa imposta di successione sarà riliquidata.